La domanda di energia elettrica, indicatore per vendere in Est Europa e Russia

La correlazione tra consumo di energia e produzione industriale non passa inosservato agli occhi di chi consideri le strategie per vendere in Est Europa in piena pandemia da Covid19. Il segnale è stato lanciato a fine marzo dal cuore politico europeo –Bruxelles, dal gruppo Bruegel– e subito analizzato da autorevoli realtà, non ultima l’Università di Chicago.

Il messaggio è chiaro: paesi chiave dell’Est Europa hanno rallentato molto meno di quelli occidentali le attività produttive. A dirlo in modo inequivocabile sono i dati relativi al consumo di energia elettrica.

Est Europa: chi ha fame di elettricità

Chi produce ha fame di energia elettrica. Ha bisogno di macchinari, ricambi, materie prime e di base, assistenza sui know how: ed è partner potenziale per vendere in Est Europa. Nella generale incertezza dei mercati internazionali, a causa anche solo delle oggettive difficoltà alla movimentazione delle merci durante una pandemia, capire “chi è vivo” è cruciale.

Il consumo di energia elettrica nel mese di marzo e in particolare nella prima settimana di aprile ha attirato l’attenzione di analisti, osservatori ed imprenditori:

  • Italia -23,1%
  • Spagna -14,9
  • Francia -8%
  • Regno Unito -7%
  • Germania -10,1%
  • Russia -2,5%
  • Polonia -7,4%
  • Romania -9,5%
  • Ceca -7,9%
  • Ungheria -9,3%  

[dati Università di Chicago]

È un inequivocabile segnale di volontà e di progettualità o di stallo. Mentre alcuni Paesi europei hanno attuato un lockdown generalizzato, che ha coinvolto anche le grandi realtà produttive, altri hanno mantenuto livelli di consumo d’energia elettrica interessanti e rivelatori d’attività.

Per vendere in Est Europa osservare gli indicatori

Guardare ai consumi italiani di energia nel mese di marzo e in particolare nella prima settimana di aprile lascia interdetti. Lanciare anche solo una rapida occhiata più in là conforta gli imprenditori italiani con produzioni vocate all’export. Dando uno sguardo più attento ai dati di marzo e aprile si ha infatti conferma che vendere in Europa Est e vendere in Russia è strategico.

Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca lavorano per obiettivi

Lontano dai facili slogan, alcuni Paesi dell’Est Europa stanno cercando di mantenere i livelli produttivi di inizio anno anche alla prova del CoVid-19. I dati della Polonia sono emblematici rispetto per esempio a Francia, Italia e Spagna. Del resto il mercato interno dei consumi polacchi è pari al 61% del Pil ed è sostenuto da un’insieme di fattori e programmi governativi che non lo arresterà facilmente.

Stesso discorso per l’Ungheria. Il rallentamento imposto dal Covid19 si innesta su una strategia industriale quadriennale –denominata Irinyi Plan– che proprio nel 2020 prevede una crescita della produzione fino al 30%. Il funesto imprevisto costituito dal coronavirus CoVid-19 colpisce, così, un “treno produttivo” lanciato in piena corsa e fortemente intenzionato a resistere.

Osservando poi il dato di consumo energetico di inizio aprile della Repubblica Ceca si ha conferma di una volontà di stabilità anche per questo Paese. Va anche segnalato che il governo di Praga ha adottato misure per contrastare il CoVid-19 già in gennaio, prima che fossero segnalati casi nel Paese. Atteggiamenti virtuosi che stanno limitando fortemente il diffondersi della malattia e i decessi che flagellano invece altri Paesi.

Vendere in Est Europa: seguire il flusso produttivo

Per vendere in Est Europa, la battuta d’arresto che la pandemia da CoVid-19 sta facendo registrare all’economia globale va certamente guardata alla luce delle prospettive dei singoli Paesi. Se la circospezione è comprensibile, non è però audace guardare con buone aspettative alcune economie.

Proprio la Repubblica Ceca ha fatto registrare nel 2019 una generale crescita nei rapporti commerciali con l’Italia e una crescita specifica delle importazioni dall’Italia. Il tutto all’interno di una cornice di crescita annua di oltre il 2,5% negli ultimi anni.

Non meno interessante il caso Romania. Due i focus di immediato interesse.

  • La manovra economica approvata a fine 2019 punta più verso la crescita degli investimenti che dei consumi e sulla discesa al 3% della disoccupazione per la fine del 2020. E in questa prospettiva l’export italiano verso la Romania conta su un valore di quasi 4mila milioni di euro, in crescita del 2,4% negli ultimi due anni.
  • L’edilizia è stata definita dal governo romeno “settore prioritario e di importanza nazionale per l’economia” almeno fino al 2030, aprendo un canale di interesse stabile anche per le importazioni.

Contattaci per avere maggiori informazioni: info@patrolinternational.com