Agroalimentare italiano. Gusti, mode, dazi: tanti motivi per continuare a vendere in Russia

Non solo i top di gamma della tradizione italiana, ci sono anche succhi, alimenti e preparati per l’infanzia tra i prodotti dell’agroalimentare su cui puntare per vendere in Russia. A dirlo sono i gusti dei consumatori russi, anche durante questi primi mesi del 2020, e le spinte propositive che vengono dalla Commissione Economica Eurasiatica proprio in piena pandemia.

Un plauso per un provvedimento atteso che ha forse colto un’occasione esterna per dare una spinta agli eventi. A fronte, infatti, delle forti difficoltà di transito delle merci dovute alla pandemia da Covid-19, il Consiglio della Commissione Economica Eurasiatica ha deciso di:

  • ampliare l’elenco delle merci esentate dai dazi all’importazione
  • e semplificare i requisiti per i certificati di origine

Sono varie le merci coinvolte dal felice provvedimento dell’agenzia regolatrice dell’Unione doganale e della Comunità economica eurasiatica che comprende Russia, Bielorussia e Kazakistan. Quanto al settore agroalimentare figurano prodotti come

  • ortaggi (patate, cipolle, cavoli, carote, peperoni)
  • cereali come riso, segale e grano saraceno
  • succhi e alimenti per l’infanzia

Una boccata d’ossigeno in un periodo davvero complesso che lascia presagire passi più consistenti per il futuro: per la ripresa dei consumi in mercati come quello russo che non hanno nessuna intenzione di fermarsi.

Dazi ed embargo: quanto pesa il decreto n.778 del 2014

Secondo dati Coldiretti l’export agroalimentare made in Italy verso la Russia è complessivamente diminuito negli ultimi cinque anni di circa 1,2 miliardi di euro. Superiore il danno calcolato dal Ministero delle Politiche Agricole: fino a 1,5 miliardi di euro di prodotti agroalimentari che non si è riusciti a vendere in Russia causa dazi.

Il decreto n.778 del 7 agosto 2014, emanato e ripetutamente rinnovato dal Governo Russo, ha penalizzato non poco le produzioni agroalimentari italiane, e non solo italiane. Il provvedimento, per ricordare il quadro, è stato assunto a seguito della cosiddetta “crisi Ucraina”. E ha imposto il divieto di importazione di molti prodotti agroalimentari da Unione Europea, Usa, Canada, Australia e anche Norvegia.

Una battuta d’arresto non indolore per il settore agroalimentare italiano. Nel quinquennio immediatamente precedente, infatti, le esportazioni agroalimentari italiane verso la Russia si erano impennate e consolidate con reciproca fiducia sui prodotti e i prezzi praticati. Le aziende italiane erano passate dal vendere in Russia 333 milioni di euro di prodotti nel 2009, 705 milioni di euro nel 2013.

Frutta, carni, latte e derivati: cambiare sguardo

La perdita economica complessiva dell’agroalimentare italiano va certamente passata alla lente di ingrandimento: solo così si possono vedere quali sono stati i prodotti agricoli e dell’industria alimentare più colpiti e al contempo confermati nel gusto dei consumatori.

  • Frutta -100%
  • Carni -99,9%
  • Ortaggi -97,7%
  • Latte e derivati -93%
  • Preparazioni di cereali -31,3%

Prodotti che il mercato interno ha cercato di sostituire con similari, della cui introduzione non sempre il consumatore finale pare soddisfatto.

Vi sono poi prodotti esclusi dall’embargo che come olio di oliva e vino hanno fatto registrare aumenti di vendite considerevoli:

  • olio di oliva + 107%
  • vino + 75%

La direzione di pressione, del Governo Italiano per primo, è in realtà la fiducia del consumatore russo che va:

  • riannodata per quanto riguarda i prodotti attualmente assenti dagli scaffali della grande distribuzione
  • supportata e incrementata per quanto riguarda i Dop, Doc, Docg e Igp che gli scaffali non li hanno mai lasciati e, anzi, ammiccano in un dialogo di reciproca soddisfazione.

Mode che diventano gusti: osservare per vendere in Russia

L’analisi delle esportazioni e degli acquisti dei consumatori russi invia, tuttavia, segnali precisi e decisamente interessanti per chi voglia vendere in Russia agroalimentare italiano. Non dimentichiamo che nei primi mesi del 2020, prima del rallentamento imposto dal Covid-19, i segnali sulle vendite agroalimentari verso la Russia erano incoraggianti.

Il consumatore russo, di capacità economica medio-alta e di cultura internazionale, rinuncia sempre meno volentieri a prodotti di qualità indiscussa come numerosi delle produzioni agroalimentari italiane.

Osserviamo come da una parte alcuni colossi italiani abbiano deciso di intensificare una presenza stabile in Russia: con impianti produttivi e di supporto –con know-how di competenza nostrana– non solo o non tanto alla produzione, ma alla trasmissione di competenze. Il Governo russo vuole infatti acquisire competenze stabili e innovative per rendere autonoma la produzione interna e il trattamento di filiere come quella della carne. E a inizio 2020 è stato annunciato l’avvio di attività in zone franche come le ZES

Dall’altra le spinte della Commissione Economica Eurasiatica appoggiano una necessità fotografata dai consumi al dettaglio. La richiesta di prodotti dell’agroalimentare di qualità cresce e la scelta verso il made in Italy è innegabile. Vendere in Russia prodotti alimentari o per l’industria alimentare va quindi ben oltre olio e vino. 

Zone franche: le ZES, qualcosa sta cambiando

Sono più di 80 le ZES nella Federazione Russa. E lì si possono condurre affari con maggiore libertà. Si tratta infatti di Zone Economiche Speciali che assicurano incentivi fiscali, amministrativi e doganali alle aziende che vi investono. E competono realmente tra loro per attirare gli investimenti dall’estero.

Quasi scontato dire che una delle ZES più attive si trova appena fuori Mosca. Non dimentichiamo che la capitale catalizza circa il 40% dell’acquisto di prodotti dell’agroalimentare italiano. Mentre il restante 60% è spalmato su altre grandi città: Novosibirsk, Novgorod, Kazan’, Rostov-sul-Don e Samara.

Avere una sede a Mosca, contare su competenze di marketing e conoscenze territoriali, è quindi cruciale per vendere in Russia in modo efficace e continuativo.

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